L’occhio bianco di Capo Miseno

Capo Miseno, il faro e il suo guardiano. Una storia da non perdere!

Faro-miseno

“Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni.” Così scrive Alessandro Baricco. Ed è in questa libertà disorientata, che altro bisogno non sorge se non quello di sapere dove siamo. Solo i riferimenti possono esserci d’indizio, situati nei punti più estremi, più nevralgici, più esposti.

È infatti all’estremità della penisola flegrea, sulla punta di quel promontorio che in origine era parte di un cratere, che si erge il gigante occhio bianco di Capo Miseno: il faro. Si trova a pochi chilometri da Napoli città e, nonostante ben poco si sappia, è per la sua posizione strategica uno dei più importanti fari italiani: illumina il golfo di Pozzuoli e il canale di Procida che, essendo rotta obbligatoria per raggiungere le celebri isole di Ischia e Capri, è da sempre uno dei più trafficati della nostra penisola.

I fari risalgono al Medioevo, quando erano semplici strutture in pietra da cui veniva segnalata ai naviganti la prossimità alla terraferma e agli scogli. Nel primo 1500 per volere dei Viceré di Napoli furono fatte costruire, da Bacoli alla Costiera Amalfitana e al Cilento, ben 366 torri, per avvertire la popolazione di eventuali e probabili attacchi dei Saraceni. Risale proprio a quegli anni un’antica torre anti-saracena, d’altronde recentemente restaurata, situata quasi alla sommità del promontorio di Miseno.

Il faro in questione, possiamo dirlo con certezza, fu edificato per la prima volta agli inizi del 1800. Occorre precisare, circa gli occhi bianchi delle nostre coste, che soltanto il 17 luglio 1910, re Vittorio Emanuele III con Regio Decreto, dispose il passaggio del Servizio Fari alla Regia Marina Militare che nel 1915 dopo aver attuato una serie di opere di ammodernamento volte a garantire una navigazione più sicura, istituì per la prima volta l’Ispettorato dei Fari, la cui sede nazionale fu indicata in Napoli.

Nel 1943 quasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Faro di Capo Miseno fu colpito e ridotto in macerie dai bombardamenti dei guastatori tedeschi in ritirata dal Mezzogiorno, lasciando su tutto il campo italiano “uno spettacolo di desolante squallore oltre che di pericolosa inefficienza”.

La struttura come si presenta oggi risale al 1948, anno in cui si portarono a termine i lavori di ricostruzione. Io l’ho chiamato gigante occhio bianco ma come ben si vede dalla foto, ora di bianco non ha nulla. E tale rimarrà, col suo grigio sfumato, in questo stato di decadenza strutturale finché non arriveranno i fondi e soprattutto finché non ci sarà un’impresa edilizia in grado di portare a termine quei lavori già iniziati e lasciati a metà.

Mi preme ricordare che non è più previsto il “turnover” per il personale addetto ai fari. Ciò vuol dire che i faristi di oggi sono gli ultimi: dopo di loro nessuno più si occuperà manualmente del controllo del faro, sarà tutto completamente gestito in automatico, con mezzi elettronici già parzialmente in uso. Non posso quindi concludere in altro modo se non facendo un ringraziamento particolare, per la sua simpatia e disponibilità, all’ultimo farista di Capo Miseno nonché amico di famiglia da sempre, Fulvio Palumbo.

Testo: Carlo Pezzullo

Foto: Mariagiovanna Guillaro

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