Il napoletano che salvò l’Italia ed amava gli indiani: Armando Diaz

Diaz è uno degli uomini più importanti della storia di Napoli e dell'Italia, ma pochi lo conoscono davvero. Un generale romantico, un gentiluomo della guerra, un paradosso della Storia: lo spagnolo che amò gli indiani d'America, il napoletano che salvò l'Italia.

Quando si nomina Armando Diaz, si pensa subito alla Grande Guerra, ad un generale feroce, severo ed astuto forgiato dagli stenti sui campi di battaglia. Nulla di più sbagliato. Diaz fu un grande studioso, che lavorò per gran parte della sua vita in ufficio. Uno stratega che stava dalla parte dei deboli, il primo uomo che vinse una guerra con… la gentilezza.
Ma andiamo per ordine.

Figlio d’arte, nacque a Napoli durante la conquista di Garibaldi con un cognome, quel Diaz dal suono così spagnolo, che ricorda le gesta di qualche antico conquistador delle Americhe. Il nonno era un anziano ufficiale di Ferdinando II; il padre uno stimatissimo ammiraglio borbonico ed i suoi primi antenati napoletani erano ufficiali fedelissimi di Carlo di Borbone.

Armando nacque però in tempi di rivoluzioni: Garibaldi aveva da poco dichiarato la caduta dei Borbone e Vittorio Emanuele II si accingeva ad entrare, trionfante, a Napoli. In un periodo così tormentato, mentre Napoli cominciava la sua lenta decadenza di una capitale conquistata, Diaz cresceva leggendo le gesta dei grandi capi indiani che resistevano all’esercito americano. A 15 anni leggeva, divorava, i giornali ed i libri che, come una cronaca in differita, arrivavano nel vecchio porto di Napoli con i bastimenti mercantili americani: sognava la battaglia di Little Big Horn, pensava alla fine del generale Custer ed alla vittoria di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Continuò a studiare le vicende Indio-Americane anche quando cominciò la scuola presso la Nunziatella.

 

Uscito dalla scuola militare, scalò in fretta i vertici delle istituzioni militari: partì per varie campagne, ma in Libia fu ferito ad una spalla e passò quasi tutta la sua vita in ufficio, studiando ed ammirando il generale Pollio, suo compatriota, alla guida dello Stato Maggiore. Non si distinse mai per azioni ardite o coraggiose, rispetto al suo collega Luigi Cadorna, che invece era un uomo di ferro, diventato famoso per le sue “decimazioni“, una crudele pratica utilizzata dai generali dell’antica roma: consisteva nella uccisione di un soldato a caso per ogni 10 della brigata, in modo da punire eventuali atti sovversivi.

Il 1917, però, vide l’ennesima disastrosa sconfitta di Cadorna sotto i colpi dell’organizzatissimo esercito austriaco. Il morale delle truppe italiane era a pezzi e, revocato l’incarico al generale piemontese, fu affidato il comando dello Stato Maggiore ad Armando Diaz, fra le numerose perplessità dei politici: perché nominare un uomo moderato? Perché non imporre ordine e disciplina ad un esercito fiacco, sbandato, senza speranza?

Diaz era famoso proprio per la sua umanità e per i suoi metodi fin troppo gentili per essere quelli di un militare. Addirittura, al fronte, parlava in napoletano per rincuorare i soldati meridionali terrorizzati, contadini strappati alle loro terre che, per ragioni a loro ignote, si trovavano a lottare con la morte mentre affondavano nel fango delle Alpi con gli scarponi di cartone.

Continuava a ripetere che “il segreto di una guerra è l’uomo” e fu proprio la sua cura per i militari, unita ad una grande furbizia tattica, che, secondo tanti storici, portò l’Italia ad una vittoria epocale contro gli Austriaci nella battaglia di Vittorio Veneto, prima della fine della Guerra.

Di lì, Diaz diventò un eroe per i soldati e per il popolo italiano. Finita la guerra, mentre l’Italia era ormai ridotta in macerie, Diaz occupò i più alti ruoli dirigenziali su richiesta di Vittorio Emanuele III, ma, dopo l’avvento del fascismo ed un paio di anni da ministro della guerra, si ritirò a vita privata disgustato dalla politica.

E solo nella vecchiaia, come un bambino che vede realizzarsi i suoi sogni, il conquistador napoletano nel 1921 viaggiò in America per l’inaugurazione del memoriale della Prima Guerra Mondiale e, in quell’occasione, fu incoronato ed accolto dalla tribù indiana dei Crow come un fratello, un compagno d’arme: a quindici anni il giovane Armando sognava di partecipare alle battaglie degli indiani d’america, a sessant’anni, con una guerra mondiale alle spalle, fu nominato generale di una delle ultime tribù sopravvissute alla ferocia americana.

 

Un generale romantico, un gentiluomo della guerra, un paradosso della Storia: lo spagnolo che amò gli indiani d’America, il napoletano che salvò l’Italia.

-Federico Quagliuolo

Armando_Diaz
Ispirato da un articolo di Aurora Barra su Diaz e gli Indiani

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