Giovanni Passannante, il primo terrorista d’Europa

A Napoli si consumò il primo attentato della storia d'Europa: un ragazzo provò ad uccidere Re Umberto I e la punizione fu brutale: portato in carcere, fu condotto alla pazzia e poi decapitato.

Largo Carriera Grande di notte

Poco più di cent’anni fa, in questa piazza, qualcuno urlò “UCCIDETE RE UMBERTO!

Di sera la piazza Principe Umberto dorme. Di giorno, come nella più caotica delle casbah, si ammucchiano bancarelle in cui si mischiano indiani, cinesi, etiopi e napoletani, gli odori speziati e pungenti dei venditori di kebab, le urla dei parcheggiatori, il suono delle valigie dei viaggiatori che si dirigono alla Ferrovia e… il sangue di Re Umberto I che ancora macchia la strada.
140 anni fa, infatti, in questo luogo cambiò per sempre la storia del mondo: ci fu il primo attentato ad un re e, ufficialmente, il primo atto di terrorismo in Europa.

Era il 17 Novembre 1878 e la piazza aveva un altro nome: a Largo Carriera Grande, in cui passava la carrozza con Re Umberto e la sua famiglia.

Giovan
Giovanni Passannante ai tempi dell’attentato

Circondati da fiori, applausi, saluti e sorrisi, il sole di Napoli aveva quasi fatto dimenticare che Partenope era la patria del movimento anarchico europeo (grazie all’arrivo in città di Bakunin, il filosofo russo fondatore dell’anarchismo).

Mentre la carrozza passava fra la fanfara militare e gli applausi della folla, chissà quali furono i pensieri di quel ragazzo di appena 29 anni, Giovanni Passannante, invisibile in una massa di straccioni, che meditava con un coltello fra le mani. Tutta la sua vita passata a fare il cuoco in una osteria, i suoi unici averi erano pochi soldi, un coltello e le tante idee rivoluzionarie che infiammano i ragazzi.
Chissà se pensò “cosa accadrà?”, chissà se pensò al fallimento, chissà se, prima di saltare sulla carrozza del Re, per un attimo esitò.

La storia non fu però fatta dai dubbiosi: con un balzo felino l’uomo si scagliò sulla carrozza di Umberto, fra le urla della moglie che gettò il suo bouquet di fiori del Vomero, i calci del ministro Benedetto Cairoli e la sorpresa dello stesso re, che fu ferito al braccio mentre tentava di difendersi.
E, mentre l’attentatore urlava “Viva la Repubblica!” e provava a sgozzare il Savoia, arrivarono i corazzieri che lo presero e lo picchiarono ferocemente, mentre la folla fuggiva terrorizzata in ogni dove: vedendo un uomo ridotto in fin di vita portato via dai corazzieri, molti non capirono subito che si trattava di un assassinio.

Passannante, ancora con tutte le ossa rotte dopo il pestaggio, fu condannato a morte.
Il Re volle anche “graziarlo”: una morte non porta dolore, mentre una prigionia in isolamento e senza cibo per trent’anni sarebbe stata una punizione ben più crudele. La sentenza fu emanata e Passannante fu portato in carcere a Porto Ferraio, in una cella d’isolamento al di sotto del livello del mare.
Durante la prigionia, fra torture e sevizie, l’attentatore diventò pazzo e tentò più volte il suicidio, ma non ci riuscì mai. Anzi, nell’ambito di macabri studi della scuola di Lombroso, Passannante, ormai vecchio e distrutto dalla pazzia, fu decapitato nel 1910 ed il suo cranio è stato esposto fino al 2007 nel museo di criminologia di Roma, quasi come un trofeo. Il suo corpo rimase a Roma per anni, fino a quando la sua città di origine non riuscì ad ottenere il trasferimento delle spoglie di nuovo in Lucania.

Il sacrificio di Passannante, però, ebbe grande impatto in Europa: gli anarchici di ogni paese pensarono che si poteva fare, il popolo poteva uccidere i suoi re.
In Italia infatti continuarono gli attentati alla vita di Umberto: a Pavia, a Bologna, a Milano e, infine, a Monza, in cui il Re morì.

E proprio in Europa, vent’anni dopo, un altro omicidio a Sarajevo sarà la scintilla che fece scoppiare la prima guerra mondiale.

Passannante adulto in manicomio
L’ultima fotografia di Passannante, ormai adulto, in manicomio.

-Federico Quagliuolo

P.S.

Il paese in cui nacque Passannante cambiò nome: Salvia di Lucania diventò Savoia di Lucania. Ma non si fermò qui la punizione: il Sindaco del piccolissimo paesino che contava poco più di 1000 abitanti fu chiamato a Napoli da Umberto, per farlo inginocchiare pubblicamente dinanzi all’autorità regale ed ottenere il perdono.

Ancora oggi, però, il piccolo paesino si chiama Savoia di Lucania ed accoglie gli avventori con un gigantesco murales che racconta il tentato omicidio del Re, quasi come un ammonimento per le generazioni future. Ci sono state iniziative per il cambio del nome nell’antico “Salvia“, ma sono tutte naufragate in un nulla di fatto.

Murales Savoia di Lucania Passannante
A Savoia di Lucania c’è questo murales che racconta la storia dell’attentato. Fotografia di Felice Silvestro Barbato
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