Al posto Palazzo delle Poste c’era un convento del ‘500

Palazzo delle poste

Chiudete gli occhi, fate lavorare la fantasia e riapriteli davanti al palazzo delle Poste: cent’anni fa, in questo punto, sorgeva un gigantesco monastero del 1400 con sette chiostri, di cui solo un paio sono sopravvissuti, si chiamava il “Complesso di Monteoliveto“, attivo per poco meno di mezzo millennio.
Fu Re Ferdinando IV che, nel 1799, cacciò via i frati e diede a privati l’intero monastero, per farlo trasformare in abitazioni.
All’interno di questo monastero c’erano giardini, fontane, dipinti dei più grandi artisti del ‘600 e del ‘500 e vedute degne probabilmente del paradiso dantesco.

Tutto fino al 1930.

Il Regime Fascista riprese infatti l’antico progetto del Risanamento napoletano, abbandonato ad inizio ‘900. Fu un piano posto in essere in modo rapidissimo: l’antico Rione Carità fu raso al suolo in poco più di un anno.

Erano tempi di meraviglie tecnologiche e di propaganda, tempi in cui l’unica parola da inculcare nella testa dei cittadini era “futuro”.
E così, scartati tutti i progetti che prevedevano la costruzione di un edificio più “amico” del contesto storico in cui si trovava l’antico monastero, Giuseppe Vaccaro progettò un palazzo imponente, grandioso, che quasi ricorda le scene raccontate da Orwell in 1984.
E, con lo strappo netto di un bambino che straccia un dipinto antico, il nuovo palazzo delle Poste distrusse in pochi attimi seicento anni di storia, piazzandosi al centro di una piazza e mostrando minaccioso le sue linee imponenti che schiacciavano i pluricentenari edifici circostanti.
Nonostante la nuova costruzione, ancora oggi si vedono numerosi pezzi dell’antico chiostro di Monteoliveto fra la caserma dei Carabinieri ed il Palazzo delle Poste, quasi come se quegli antichi resti fossero le ossa di un nemico da mostrare come un trofeo; quasi come se quel palazzo realizzasse il sogno di un futuro fascista; quasi come se si volesse dire “questa è solo la prima impronta del passo di un gigante che schiaccia il passato”.

Ed oggi, che invece siamo nel futuro, gli sventramenti si sono fermati agli anni della ricostruzione dopo la II Guerra Mondiale.

-Federico Quagliuolo

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